Articoli di Giovanni Papini

1904


Le cause dell'azione
(Risposta a Ettore Regàlia) 1

Pubblicato su: Leonardo, anno II, fasc. 14, pp. 31-32
(31-32)
Data: novembre 1904




pag.31


pag.32


  31

      Caro professore,

   è già parecchio tempo (fin dal marzo) ch'io avrei dovuto rispondere alla sua risposta in favore della sua legge. Ma questa nostra questione è di quelle che non invecchiano mai e d'altra parte Ella sa che nel frattempo le sue dilucidazioni e le mie riflessioni mi hanno persuaso di molte più cose che non sembrasse dapprima.
   Ella sa, infatti, ch'io son d'accordo con Lei nel negare ogni esistenza specifica alle cosidette Emozioni; sono d'accordo anche nel ritenere che senza lo sprone del desiderio, cioè senza un po' di dolore, non si compie nessuna azione, anche nel caso in cui il desiderio sia accompagnato dalla certezza del suo prossimo soddisfacimento, perché in questo caso si fa un' «azione immaginata» la quale non sfugge alla sua legge; e sono d'accordo anche che non si può parlare, analizzando bene, di passaggio da uno stato di piacere a uno stato di piacere diverso.
   Ma non son d'accordo con Lei in tutto quel che resta e ho paura che proprio in quel che resta sia il nodo della questione.
   Giacché io son pronto ad accettare la sua importante generalizzazione che l' «azione è sempre diretta a far cessare lo stato attuale», perché essa è, direbbe il Kant, analitica, cioè non dice nulla che non sia contenuto nella parola azione. Azione è, infatti, ciò che si ritiene causa di cambiamento e per cambiare, cioè per sostituire uno stato a un altro, non possiamo far cessare nè lo stato passato che non è più, nè lo stato futuro che non è ancora. Bisogna, per forza, far cessare l'unico stato esistente, cioè l'attuale, se vogliamo operare un cambiamento qualsiasi, cioè se vogliamo agire.
   Ma quando Ella passa da questa sua massima generalizzazione all'altra che dice che «il dolore è l'antecedente costante e immediato dell'azione più o meno cosciente o volontaria», allora non posso seguirla che fino a un certo punto. Che per agire ci sia bisogno anche del dolore non lo metto neppure in dubbio. Chi sta bene non si muove, dice un proverbio molto pedestre e molto esatto. Se facciamo qualcosa lo facciamo in vista di un piacere, e il piacere, se non esiste ancora, non può, naturalmente, esser causa dell'azione. Su questo punto le sue analisi sono preziosissime e giustissime e tutti quelli che sanno ragionare son costretti ad accettarle.
   Ma se una forma qualsiasi di dolore (desiderio, bisogno ecc.) è sempre necessaria per agire significa forse che il dolore sia il solo antecedente immediato dell'azione?
   Lei ammette che i fatti del sentimento sono «sempre accompagnati da fatti intellettivi», il che vuoi dire che delle rappresentazioni, idee, ecc., si trovano sempre fra gli antecedenti


  32

immediati dell'azione, Ma Lei aggiunge: Soltanto il Dolore è costante, perchè è sempre quello e non varia che in quanto variano i suoi accompagnamenti rappresentativi (localizzazioni, ecc.), mentre i fatti intellettivi possono variare all'infinito.
   Ella ammette, cioè, che «è del pari costante il Rappresentativo», ma soltanto crede che il Rappresentativo è un astratto e che da solo non potrebbe far agire. Giustissime ambedue le cose: ma badi che questo si può dire precisamente anche del Dolore. Tutta la sua tesi, infatti, poggia sull'affermazione implicita della omogeneità del sentimento. Cioè non vi sarebbero per Lei delle varietà, delle specie del dolore: — il dolore è sempre eguale e indefinibile e mutano soltanto i suoi accompagnamenti esterni.
   Qui si tratta di esperienza interna e perciò la discussione divien difficile. Per mio conto son persuaso che il Dolore non trae la sua diversità soltanto dai fatti rappresentativi che lo accompagnano, ma che la trae da sè stesso, che vi sono realmente dei dolori, con aspetto, fisonomia e colorito loro propri, indipendenti dai fatti conoscitivi, e che non esiste il Dolore se non come astratto.
   E d'altra parte se è vero che il Rappresentativo, da solo, non può produrre l'azione, è anche vero che non potrebbe produrla da solo il dolore.
   Infatti giustamente, com'Ella scrive, «la realtà consiste nelle rappresentazioni concrete» e non negli astratti, e si ricordi che Azione è pure un astratto. L'Azione con l'A maiuscola non esiste. Esistono delle azioni concrete, speciali, particolari, determinate. Esistono certe azioni e per compierle bisogna sapere come farle, bisogna possedere certe aspettative, bisogna aver fatto dei calcoli, bisogna esser guidati da certe idee, da certi ricordi, da certe conoscenze, bisogna insomma servirsi sempre e necessariamente di particolari fatti intellettivi.
   La conoscenza è dunque altrettanto necessaria che il sentimento per compiere un'azione vera e propria e perciò anche il Rappresentativo è l'antecedente costante e immediato dell'azione. Giacchè se Lei ha ragione dicendo che il Rappresentativo è un'astrazione ed è inefficace io le ho mostrato che anche il Dolore da solo è un'astrazione ed è inefficace. L'eguaglianza perciò è completa ed io proporrei d'integrare la sua legge dicendo che se il dolore dà la materia dell'azione l'intelligenza dà la forma.
   E in fin dei conti c'è pur sempre quella benedetta Volontà che pub dar da pensare. Ella confessa onestamente che di essa non ha fatto nei suoi lavori «una critica sufficiente» e a me pare che quando Ella parla di «sentimento impellente» e di «dolore movente» non faccia altro che dare come carattere del sentimento, ciò che gli psicologi volontaristi danno come fatto specifico a sè, e in questo caso si tratterebbe più che altro di una questione di parole.
   Ma finchè Ella non avrà scritto qualcosa di definitivo attorno alla volontà, è meglio lasciar da parte questo lato del problema. Non tenendone conto, almeno provvisoriamente, mi sembra di aver trovato un modus vivendi il quale non nega la sua legge ma la completa. Non son sicuro però ch'Ella abbia, su questo punto, la stessa opinione del suo aff.mo

GIAN FALCO.


◄ Indice 1904
◄ Leonardo
◄ Cronologia